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Tag:rufus party

Ieri sera concerto dei Rufus Party a Birrrmania, la festa della birra di Luzzara organizzata dall'associazione Il Fontanazzo.

Dopo un inizio un po' diesel, complice la scarsissima affluenza al parco feste, i Rufus from Philadelphia hanno fatto fuoco.

Leggete l'intera notizia per vedere cliccare sulla foto e vedere l'intera galleria, e recuperate la prima e la seconda parte dell'intervista a Marco Parmiggiani (guitar).

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Riprendo la trascrizione della chiacchierata con Marco Parmiggiani, chitarrista dei Rufus Party, i quali alla fine del 2007 hanno pubblicato il loro ultimo lavoro, Civilization & Wilderness. Cliccate qui per leggere la prima parte dell'intervista.

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Parliamo ora più specificamente di te e delle tue esperienze musicali. Hai ancora una collaborazione con i Seebha?

seebha-rufus.gif «No, ho abbandonato i Seebha, con cui ho iniziato nel 2002, perchè non avevo più tempo. Premetto che una volta uscito dall’ospedale, mi ero messo ad ascoltare molta musica, uscivo poco, e avevo ascoltato un disco dei Motorpsycho dove si faceva uso del Fender Rhodes, che ha un suono bellissimo. Nel 2000 sono andato a curiosare in un negozio di strumenti musicali, e ho visto che avevano abbandonato in un magazzino un Fender Rhodes piccolo, a 54 tasti, e l’ho portato via per pochi soldi. Da lì mi sono innamorato del piano elettrico. Poi nel 2002 sono andato ad UmbriaJazz con un amico, è stata una vacanza importante perchè tornavo ad uscire cautamente dopo la lunga convalescenza, e ho scoperto il jazz. Sono impazzito per il jazz, per il pianismo in particolare, e ho sentito dal vivo il suono del Rhodes che mi fece venire voglia di darmi alle tastiere. Ho scoperto il mondo dei sintetizzatori analogici, li ho studiati, giocavo con gli inviluppi, gli LFO e altro, e dovevo assolutamente trovare il modo di suonare le tastiere… mi ero anche rotto le palle di suonare la chitarra. I Seebha all’epoca cercavano un tastierista e io mi sono proposto; le cose sono andate bene da subito e la collaborazione è durata 4 anni. Questa è stata una bella esperienza, abbiamo fatto dei bei concerti, c’era anche una buona armonia dal lato umano, e ho imparato a fare il tastierista, seppur con una modestissima conoscenza tecnica. Tutto ciò mi è servito anche con i Rufus Party, nel dosaggio degli arrangiamenti, nell’economia della chitarra».

«Il fatto che mi sia riavvicinato alla tastiera dipende anche dall’incidente stradale. In uno degli interventi chirurgici mi hanno applicato un ferro nel polso, che nei primi tempi non mi permetteva di imbracciare il manico per il dolore. La posizione delle mani sul pianoforte invece non mi dava quel problema, era più comodo, e pensavo: “Chi me lo fa fare di suonare la chitarra? Io mi metto a suonare il piano!”. Poi con l’allenamento successivo alla chitarra il dolore al polso è passato, l’evento drammatico è stato decisivo per riavvicinarmi al piano. Dentro la mia testa sentivo qualcosa che mi diceva: “Devi avvicinarti alle tastiere. Devi tornare ai tuoi primi studi”. Questo è incredibile, fa parte di un disegno».

«Con i Seebha mi sono tolto lo sfizio di fare il tastierista alla Rick Wakeman, con montagne di tastiere di ogni tipo, sintetizzatori, organo Hammond, e così via. Poi la band ha preso una piega Rock, mentre io avrei preferito suonare musica elettronica e mi stavo annoiando. Contemporaneamente i Rufus Party si sono rianimati, e mi sono staccato dai Seebha».

Ora i Seebha hanno un altro tastierista? Sul sito [al momento dell’intervista, ndr] compari ancora tu, con il nome di Rufus, ma non mi risulta essere il tuo soprannome…

«I Seebha hanno un tastierista nuovo e il sito ancora non è aggiornato, io sono chiamato Rufus solo da loro, ma questo soprannome è nato dopo i Rufus Party».

Quindi il nome da dove nasce?

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«Rufus Party viene da Rufus Thomas, il bluesman degli anni ‘60 simpatico, buffone, arrivato all’esordio più tardi di James Brown, pur essendone più vecchio. All’epoca della formazione del gruppo lo ascoltavamo, si vestiva da gallina e cantava canzoni strampalate come Do the Funky Chicken, Walking the Dog. Era un bluesman funky nero coi capelli bianchi, dalla figura scanzonata, e divertente. Un vecchio scazzato che non si prende troppo sul serio. La parola Party è di per sè già allegra. Rufus Party è la Festa di Rufus, la festa di un signore che fa blues e funky, ed è sia un modo di festeggiare il blues, sia un modo di fare la festa al blues, che non suoniamo come si suonava 50 anni fa, perchè volevamo fare qualcosa di fresco, e la freschezza fa parte della parola party. Rufus vuol dire anche rosso, Party vuol dire anche partito, ma Rufus Party non è il Partito Rosso, il Partito Comunista, piuttosto è il Partito di Rufus: noi siamo il suo partito. Rufus è il colore del sangue, della passionalità. Per me Rufus Party è un nome azzeccatissimo, non potevamo darci nessun altro nome. E poi i nostri testi non sono mai particolarmente allegri, pertanto un nome vivace stempera e compensa il tutto». 

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marco-fender-rossa.jpg Marco Parmiggiani, classe 1974, amicodimusica dall’adolescenza, quella sera è venuto a trovare me e la mia famiglia, e il Jekyll-impiegato si è raccontato con la passione dell’Hyde-musicista. La sua stanchezza alla fine della giornata e la musica-ragione-di-vita sono state le leve di una copiosa e dolce emorragia verbale naturale, tutto sangue sano, misto, vero. Una sola remora: Marco teme di essere inquadrato come il portavoce della band. Ha fatto molto di più, ci ha portato la band attraverso la sua personalissima voce narrante.

«La promozione al gruppo la facciamo insieme, in questo momento in cui è stato fatto un investimento piuttosto importante dobbiamo essere molto coesi. E poi ciascuno di noi ha messo in questo disco davvero tanta energia. Però tra noi due [Marco e il sottoscritto, ndr] c’è un’amicizia talmente antica che posso permettermi di essere sincero dalla A alla Z, e di fare questa chiacchierata nel contesto di una rimpatriata tra amici».

Marco si racconta a ruota libera, senza nemmeno aspettare le domande, che più volte diventano dei semplici intercalare.

«È ancora tutto come quindici anni fa. Abbandonato il sogno della fama e della gloria, sto vivendo l’esperienza musicale come andava vissuta allora, e forse oggi ci sono ancora più calato dentro, con un approccio confidenziale, affettuoso. Facendo musica, io faccio la mia storia. Facendo concerti con i Rufus Party io faccio le cose che più mi piacciono: incontro delle persone, ritrovo gli amici, e si continua a coltivare una passione che oltre ad essere fonte di gioia per l’amore per la musica, è un modo per riscoprire le amicizie in modo sincero. Si parla di musica, si fa musica… è un’attività molto intensa, che porta a spingere al massimo le proprie risorse, artistiche o semplicemente umane. Il mio percorso personale mi ha condotto naturalmente ad essere diverso dal Marco di una volta, le cose che faccio sono il frutto di una crescita, però non mi sono perso – grazie alla musica. La mia vita è molto piena grazie alla musica, e ne ha migliorato la qualità in modo esponenziale. Penso che se non avessi avuto la musica sarei veramente un uomo qualunque, grazie alla musica mi sento speciale, nonostante le cose che faccio siano ancora puramente amatoriali, almeno per adesso, e mi riempiono la vita senza che siano fatte per lavoro, o per soldi».

Si capisce che avergli proposto questa intervista l’ha entusiasmato, anche parlare di musica in certa misura è fare musica.

Ci racconti chi sono e come sono nati i Rufus Party? Quali sono state le vostre esperienze musicali, attraverso quali generi musicali vi siete evoluti artisticamente?

«La band nasce a metà dal 1997. Io e Alessandro Bertolotti, che è il cantante, bassista, autore di musica e testi della maggior parte dei brani, venivamo da esperienze musicali diverse. Avevo già collaborato con lui nei Guernica, nati dai precedenti Steeps, poi ho suonato nei Quarto Stato e nei Sunset Boulevard. Alessandro aveva già dei brani pronti, e io l’ho sempre apprezzato molto perchè mi sono spesso trovato in sintonia con il suo modo di scrivere, con la sua presenza scenica e con il suo modo di suonare il basso, spontaneo virtuosistico e trascinante». Vero: ricordo le session nel cortile della scuola di musica di Pieve di Guastalla molto ben riuscite, in cui Bertolotti già si fece notare al pubblico. «Io poi l’ho assecondato molto. Ho un’indole più scrupolosa, sono più attento alla ricerca, ai suoni, agli arrangiamenti, mentre lui è più bravo nel comporre il materiale grezzo. Alle aveva quindi pronti dei pezzi molto diversi tra loro, ma accomunati da un’impronta blues, rhythm and blues, tradizionale, minimale, assolutamente affascinante. I pezzi più belli» e non si parla solo dei Rufus Party «sono quelli composti da strutture semplici. Sono molto attaccato ai primi brani dei Rolling Stones, dei Beatles. Tornando alla band, il duo ha trovato rapidamente il batterista, Gianluca Lusetti, e quella formazione non si è più smembrata.»

A differenza di molti altri gruppi locali, ai quali va comunque tutto il rispetto che meritano, i Rufus Party hanno sempre condotto le proprie sperimentazioni con una conscia integrazione nel panorama musicale italiano di ogni periodo attraversato. «Nella seconda metà degli anni ‘90 andava molto il rock italiano: Afterhours, Ritmo Tribale, Casinò Royale … C’era una scena molto vivace, quindi anche noi abbiamo provato a buttarci in quella direzione, ma con velleità sperimentali. Il disco Rufus Party, o anche il primo demo, Rosso, erano dischi di ricerca. Oggi quando li ascolto, mi accorgo che suonavamo delle cose difficili, piene di stacchi, pur essendo solo in tre eravamo audaci, forse fin troppo, considerato il fatto che allora cantavamo solo in italiano, con una metrica difficilissima da incastrare in quelle strutture spigolose. Tra l’altro la formula trio è estremamente obbligante, eravamo molto taglienti. Le prime idee dei Rufus Party erano all’insegna dell’eclettismo, della sperimentazione, della voglia di stupire, e per la nostra giovane età (meno di 25 anni) facevamo delle cose interessanti».

Poi c’è stato un drammatico stop obbligato. Hai subito un incidente automobilistico che ti ha costretto in ospedale per lungo tempo, completamente fermo per sei mesi, e più volte sotto i ferri.

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