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Rufus Party, Civilzation & Wilderness - Intervista a Marco Parmiggiani (part 2) PDF Stampa E-mail
Scritto da Domingo Davoli   
Lunedì 24 Marzo 2008 11:00

Riprendo la trascrizione della chiacchierata con Marco Parmiggiani, chitarrista dei Rufus Party, i quali alla fine del 2007 hanno pubblicato il loro ultimo lavoro, Civilization & Wilderness. Cliccate qui per leggere la prima parte dell'intervista.

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Parliamo ora più specificamente di te e delle tue esperienze musicali. Hai ancora una collaborazione con i Seebha?

seebha-rufus.gif «No, ho abbandonato i Seebha, con cui ho iniziato nel 2002, perchè non avevo più tempo. Premetto che una volta uscito dall’ospedale, mi ero messo ad ascoltare molta musica, uscivo poco, e avevo ascoltato un disco dei Motorpsycho dove si faceva uso del Fender Rhodes, che ha un suono bellissimo. Nel 2000 sono andato a curiosare in un negozio di strumenti musicali, e ho visto che avevano abbandonato in un magazzino un Fender Rhodes piccolo, a 54 tasti, e l’ho portato via per pochi soldi. Da lì mi sono innamorato del piano elettrico. Poi nel 2002 sono andato ad UmbriaJazz con un amico, è stata una vacanza importante perchè tornavo ad uscire cautamente dopo la lunga convalescenza, e ho scoperto il jazz. Sono impazzito per il jazz, per il pianismo in particolare, e ho sentito dal vivo il suono del Rhodes che mi fece venire voglia di darmi alle tastiere. Ho scoperto il mondo dei sintetizzatori analogici, li ho studiati, giocavo con gli inviluppi, gli LFO e altro, e dovevo assolutamente trovare il modo di suonare le tastiere… mi ero anche rotto le palle di suonare la chitarra. I Seebha all’epoca cercavano un tastierista e io mi sono proposto; le cose sono andate bene da subito e la collaborazione è durata 4 anni. Questa è stata una bella esperienza, abbiamo fatto dei bei concerti, c’era anche una buona armonia dal lato umano, e ho imparato a fare il tastierista, seppur con una modestissima conoscenza tecnica. Tutto ciò mi è servito anche con i Rufus Party, nel dosaggio degli arrangiamenti, nell’economia della chitarra».

«Il fatto che mi sia riavvicinato alla tastiera dipende anche dall’incidente stradale. In uno degli interventi chirurgici mi hanno applicato un ferro nel polso, che nei primi tempi non mi permetteva di imbracciare il manico per il dolore. La posizione delle mani sul pianoforte invece non mi dava quel problema, era più comodo, e pensavo: “Chi me lo fa fare di suonare la chitarra? Io mi metto a suonare il piano!”. Poi con l’allenamento successivo alla chitarra il dolore al polso è passato, l’evento drammatico è stato decisivo per riavvicinarmi al piano. Dentro la mia testa sentivo qualcosa che mi diceva: “Devi avvicinarti alle tastiere. Devi tornare ai tuoi primi studi”. Questo è incredibile, fa parte di un disegno».

«Con i Seebha mi sono tolto lo sfizio di fare il tastierista alla Rick Wakeman, con montagne di tastiere di ogni tipo, sintetizzatori, organo Hammond, e così via. Poi la band ha preso una piega Rock, mentre io avrei preferito suonare musica elettronica e mi stavo annoiando. Contemporaneamente i Rufus Party si sono rianimati, e mi sono staccato dai Seebha».

Ora i Seebha hanno un altro tastierista? Sul sito [al momento dell’intervista, ndr] compari ancora tu, con il nome di Rufus, ma non mi risulta essere il tuo soprannome…

«I Seebha hanno un tastierista nuovo e il sito ancora non è aggiornato, io sono chiamato Rufus solo da loro, ma questo soprannome è nato dopo i Rufus Party».

Quindi il nome da dove nasce?

rufus-party.jpg

«Rufus Party viene da Rufus Thomas, il bluesman degli anni ‘60 simpatico, buffone, arrivato all’esordio più tardi di James Brown, pur essendone più vecchio. All’epoca della formazione del gruppo lo ascoltavamo, si vestiva da gallina e cantava canzoni strampalate come Do the Funky Chicken, Walking the Dog. Era un bluesman funky nero coi capelli bianchi, dalla figura scanzonata, e divertente. Un vecchio scazzato che non si prende troppo sul serio. La parola Party è di per sè già allegra. Rufus Party è la Festa di Rufus, la festa di un signore che fa blues e funky, ed è sia un modo di festeggiare il blues, sia un modo di fare la festa al blues, che non suoniamo come si suonava 50 anni fa, perchè volevamo fare qualcosa di fresco, e la freschezza fa parte della parola party. Rufus vuol dire anche rosso, Party vuol dire anche partito, ma Rufus Party non è il Partito Rosso, il Partito Comunista, piuttosto è il Partito di Rufus: noi siamo il suo partito. Rufus è il colore del sangue, della passionalità. Per me Rufus Party è un nome azzeccatissimo, non potevamo darci nessun altro nome. E poi i nostri testi non sono mai particolarmente allegri, pertanto un nome vivace stempera e compensa il tutto». 

Oggi come oggi la tua presenza musicale sulle scene è solo con i Rufus Party?

«No, suono anche con gli Stoop, anche se con una frequenza più occasionale. Il primo impegno è sempre quello con i Rufus Party. Gli Stoop mi hanno dato la possibilità di suonare più spesso la lap steel guitar, una chitarra hawaiana, che è uno strumento che mi ha appassionato, e che si ritrova anche in Girl on a pedestal. Da noi questo strumento non si trova, e mi sono tolto anche questo sfizio: dal 2003 suonavo la lap steel solo in casa, avevo acquistato un metodo e me lo sono studiato… la tecnica è completamente diversa, è un altro strumento rispetto alla chitarra elettrica, intesa nel senso più tradizionale».

Anche in questo senso non ti sei mai fermato, hai sempre voluto approfondire ed osare. Alcune delle mie esperienze d’ascolto presenti e passate provengono da tuoi suggerimenti: mi ricordo ad esempio quando mi sono appassionato ai King Crimson, di cui apprezzo anche i lavori più recenti, ma in particolare mi ricordo di Discipline.

«Frame by frame è un pezzo costruito benissimo. I King Crimson e alcune cose di Peter Gabriel mi sono piaciuti tanto, ma è stato un periodo per me marginale, anche se mi hai fatto venire voglia di tornare ad ascoltare il rock progressivo».

Quando ascoltavamo quella musica mi ricordo, sempre come esempio, che stavamo a discutere sui Marillion: a me piacevano i nuovi, tu preferivi i vecchi, quelli con Fish.

«Ora a distanza di tempo, anch’io preferisco i nuovi, perchè i primi Marillion copiavano i Genesis. Fish poi è un personaggio che non mi convince fino in fondo. Sul progressive c’è da aprire una parentesi: io sono fottutamente rock. Lou Reed non l’ho mai abbandonato, è ancora lì, è il mio personaggio di riferimento, e più di recente – dal 2002 ad oggi – si è aggiunto Miles Davis. Poi, ascoltando il jazz, apprezzo Keith Jarrett per lo sviluppo di quella forma di pianismo minimale, ma preferisco Bill Evans. La forma di Keith Jarrett purtroppo è oramai copiata da tutti, anche da molti italiani. Ora di jazz ne so davvero tanto, perchè ne sono diventato maniaco».

«Rallentando i bioritmi ho avuto più tempo per ascoltare musica, ma non ascolto quasi musica contemporanea: ascolto il rock e il jazz del passato. Le registrazioni dei vecchi dischi, fatte con il bobinone analogico, suonano in un altro modo, non c’è niente da fare. Ora ho una collezione di vinili che è spaventosa. Ho un impianto stereo del ‘74, con le sue casse, mi sono messo un Wurlitzer del ‘68 in casa…»

Stai vivendo vintage, Marco… e uso una parola che usa Diego [Dallasta, amico di vecchia data di entrambi, che ora è anche mio cognato, ndr].

«Non mi piace la parola, perchè è modaiola, ma è così. Io e Diego siamo sempre stati molto in sintonia da quel punto di vista, probabilmente la nostra amicizia si è sviluppata e consolidata attorno all’ascolto di Lou Reed. Renditi conto, ha fatto dei dischi incredibili, come Berlin e Transformer, e un disco capolavoro come Magic and Loss, anche se quel periodo di Lou Reed è durato poco».

Mi è sembra chiaro che il tuo rapporto con la musica sia molto legato alla fisicità degli strumenti, all’oggetto-chitarra.

marco-banjo.jpg «Questo è uno dei temi più importanti di me come musicista. Io non ho sviluppato una tecnica eccellente, sono fermo a diversi anni fa. Mi posso definire un chitarrista blues, molto rudimentale ma proprio per questo ancora più blues. Questa che caratterizza il mio modo di suonare è una scelta stilistica, che tralascia la tecnica strumentistica a vantaggio della ricerca dei suoni, delle atmosfere. Poche note ma buone, sentite, tese. Io sono un chiacchierone, ma con gli strumenti comunico bene, sono sintetico e più efficiente che con le parole. Quando parlo sono un vulcano, e parlo molto perchè mi aiuta a fare ordine mentale, è come se riordinassi la mia vita che è sempre in subbuglio. Quando suono, godo. Faccio delle cose che mi danno godimento proprio perchè non mi devo sforzare tantissimo, faccio delle cose che riesco a fare in modo facile perchè non voglio che la musica diventi una sfida. Negli anni ‘80 c’è stato lo stress di andare veloci: tutti volevano imitare Steve Vai e gli altri virtuosi della velocità. Io non ci riuscivo, non fa parte di me. Quando finalmente è stato sdoganato il chitarrismo più semplice mi ha fatto piacere vedere come la cosa funzionasse bene per me».

«Mi sono trovato quindi ultimamente ad appassionarmi per questi strumenti. Ho diverse chitarre, Fender e Gibson, cinque elettriche, una acustica. Dal vivo uso la Fender, mi ritengo un fenderista anche se riconosco che le Gibson abbiano una costruzione più accurata e pregiata. Poi possiedo un Rhodes, un Wurlitzer, un Moog, un Korg MS10 analogico. Sono molto legato a questi oggetti, alla loro estetica, alla loro storia di strumenti usati, rovinati… Chissà quanti suoni hanno trasmesso, quanti palchi hanno visto! Mi piace pensare che uno strumento vecchio abbia tante cose da dire. E poi i coni, con l’utilizzo, suonano meglio, le chitarre invecchiate suonano meglio. Gli accorgimenti costruttivi, ad esempio sui pick-up, di 40 anni fa, hanno sicuramente una resa più espressiva di quelli di adesso, o forse più semplicemente sono gli stessi che sento sui dischi che mi piacciono. Le cose che fanno adesso, sono fatte con gli strumenti moderni. Se però tu registri in analogico, con uno strumento di allora, un amplificatore di allora, e lo ascolti con un vinile, probabilmente hai il suono dei miei sogni, che è quello dei dischi che mi piacciono di più, dei Pink Floyd, degli Who, dei Rolling Stones».

Tra le cover che fate dal vivo, quali sono quelle che ti danno maggiore soddisfazione, sia perchè ti piacciono da suonare, sia perchè hanno una risposta sul pubblico migliore di altre?

«I blues più tradizionali funzionano molto. Ultimamente suoniamo una cover di Johnny Cash, che è un artista molto interessante, un classico giovane padre del country americano. Suoniamo qualche brano dei Rolling Stones, qualche altro di Marvin Gaye a dimostrazione del nostro amore per il rhythm & blues e per il soul. Musica nera. In passato abbiamo fatto anche altre cose come Grace di Jeff Buckley , un altro artista che mi ha folgorato».

L’ho sentita in un vostro concerto al Teatrino dei Tamburi, proprio nel periodo in cui iniziavo ad ascoltare Jeff Buckley.

«Il Teatrino dei Tamburi è un posto splendido, lì dentro trovi sempre della gente che sa suonare, difficilmente vedi un brutto concerto e non paghi l’ingresso. Abbiamo qui vicino in provincia questo bel locale, al quale dobbiamo molto perchè ci ha dato l’occasione di fare le prime serate, nel 1998. Pensa, e dopo 10 anni i Rufus Party esistono ancora».

Non possiamo quindi definire i Rufus Party una band emergente… A questo punto della vostra storia musicale, che cosa è già emerso e che cosa deve ancora emergere?

«Fondamentalmente noi abbiamo bisogno di crearci un seguito. Sarebbe un sogno avere della gente che ascolta le nostre canzoni e viene ai nostri concerti per cantarle dal vivo. Questo è il sogno, non tanto vendere i dischi, o diventare famosi, o fare i videoclip… sarebbe tutto figo, ma il massimo è proprio trovarsi il pubblico che canticchia i tuoi pezzi. Mi fa godere pensare che qualcuno, tornando a casa dal lavoro incazzato, si metta ad ascoltare Now it’s time to hate, oppure qualcun altro che conosce una ragazza, e prima di portarsela a letto ascolti I owe you everything. Se potessi vedere qualcuno che a casa propria mette Love and money e si mette a ballare da solo in salotto, io sarei già a posto. Non ho bisogno di altro».

Promesso: la prima volta che me ne esco incazzato dal lavoro ascolterò Now it’s time to hate.

«Che è cantata anche da una ragazza, Elena Vittoria. Perchè se l’avesse cantata solo Alle sarebbe stata una canzone troppo maschile, mentre anche le donne si incazzano, ed è una canzone a doppio senso, perchè stempera con la delicatezza della voce femminile l’asprezza di questo sentimento. Il pezzo è trascinante, ma in coda c’è un pianoforte desolato che ti viene a dire: “Odia pure, ma tanto sei sempre solo”».

Facciamo un gioco. Ho in mano “Civilization & Wilderness” acquistato da poco, e lo metto nella mia collezione di CD. Che cosa ci metto accanto, prima e dopo?

«Dopo ci metti Sticky fingers dei Rolling Stones, e prima ci potresti mettere una bomba dei classici come Highway 61 Revisited di Bob Dylan. Te le ho sparate grosse! Io sono pazzo dei Rolling Stones, e Bob Dylan è l’idolo di Alle – secondo me in Civilization & Wilderness ci sono alcune cose dylaniane».

Altra domanda: vuoi dare ai lettori di NoteSparse un paio di suggerimenti su…

«…dove trovare il disco? Certo! In questi negozi: 8ball Records e Tosi Dischi a Reggio, Tosi Dischi a Carpi, Trash Deluxe a Novellara (l’ex Rock Dream)».

Pubblico molto volentieri, ma la domanda era un’altra: vuoi dare ai nostri lettori qualche suggerimento di ascolto su un disco del passato e un disco del presente? Vorrei che fossero due opere che ritieni importanti, che in qualche modo ti rappresentino e che ci dicano qualcosa di più su di te.

«Il disco del presente è Back to Black di Amy Winehouse, lei ha una voce incredibile e il disco è fenomenale. Per il disco del passato, ce ne sono talmente tanti… In a silent way di Miles Davis, è un disco fondamentale per capire la mia musicalità, ha determinato il mio nuovo approccio alla musica in modo clamoroso. Un’altra opera importantissima, ascoltata fino alla nausea e che tuttora non mi stanco di ascoltare, è Harvest di Neil Young. Con la musica io semino quello che ho da seminare, sperando di raccogliere sempre tanto… Poi il raccolto (harvest) di quella copertina gialla, quel colore così morbido, confortante, come i suoni del disco, così mielosi… È un disco che ti fa stare bene, che dà benessere. Un altro disco per me fondamentale, anche se non tanto come questi due, è Berlin di Lou Reed. Potrei poi parlarti dei Pink Floyd, ma attualmente li ho un po’ tralasciati, oppure dei Rolling Stones, ma sono il frutto di un approccio piuttosto recente che devo attendere di vedere con una certa distanza».

Quali sono i prossimi progetti già in cantiere per te e per i Rufus Party, oppure quelli che ti piacerebbe affrontare prossimamente?

«Abbiamo già qualche concerto fissato in provincia, e vorremmo intensificare l’attività live fuori provincia e fuori regione. Abbiamo dei contatti in Sardegna, dove nel cagliaritano siamo già famosi perchè abbiamo fatto due tournèe. A me piacerebbe molto suonare all’estero, in Germania ad esempio, o nei Paesi Nordici, dove credo che la nostra musica possa essere più apprezzata che in Italia. Credo che la nostra musica abbia un respiro più internazionale, ma non lo dico per parlare bene di noi, lo dico perchè effettivamente ha un sound poco italico».

E per questo progetto avete qualcuno che vi segue e che vi promuove?

«Non ancora. Sarà importante trovare un’agenzia di booking, perchè siamo una band facilmente vendibile, siamo ritmati, abbiamo un prodotto che fa compagnia, non da ascolto cerebrale, ma che si può ballare».

Credo che dopo questa chiacchierata sarà bello per i fan di Civilization & Wilderness riascoltare i pezzi approfonditi insieme a te. Diranno sicuramente qualcosa di più di prima, e ti auguro che il feedback dal pubblico ne giovi tanto.

«A proposito di Poison in your drink, una ragazza mi ha detto: “Mi piace quella canzone, perchè dà una sensazione strana, è come trovarsi attorno ad un tavolo ad identificare le persone che stanno sedute lì, a capire chi sono. A me fa venir voglia di sciogliermi i capelli”. Questa cosa che mi ha detto è bellissima, non parla del testo nè della musica, è una emozione pura.»

La musica quando pone una domanda non si aspetta una risposta, ma suscita cose imprevedibili.

«Infatti, mi piacerebbe che la gente ascoltasse il disco e su una determinata canzone qualcuno dica: “questa canzone parla di me”. Sai che bello? È il massimo!».

Che cosa ci siamo dimenticati?

«Mah, io mi dimentico di tutto e dico anche troppo, nel senso che ho detto tante cose che non pensavo di dire e me ne sono dimenticate probabilmente tantissime che ci tenevo tantissimo a dirti. Però va bene così. Questo lo puoi scrivere».

Se non li avete già linkati nell'intervista, vi segnalo i siti di riferimento:

Rufus Party

Marco Parmiggiani

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