Stupore ed emozione. La leggenda di Bruce, Christian and Jack.
A volte mi chiedo sinceramente se al giorno d'oggi sia ancora possibile stupirsi ed emozionarsi al primo ascolto di un nuovo disco. La domanda è legittima, perchè l'eccessiva vastità del materiale musicale prodotto non è solo un'impressione personale, e se poi costringiamo il nostro ascolto a subire unicamente il filtro di radio e tv, vastità ed eterogeneità vengono appiattite di colpo.
Stupore ed emozione per un nuovo LP erano più facili nel passato, quando si attendeva l'uscita di un determinato lavoro discografico e si comprava il vinile ad un prezzo che ci sembrava caro, ma che ora rimpiangiamo... si sa che i cd hanno un costo "fisico" di produzione enormememte inferiore, ma i prezzi non si sono mai normalizzati. E ancora di più la curiosità si scatenava di fronte a un oggetto musicale non identificato: l'LP di un artista sconosciuto, meglio ancora se nemmeno mai sentito nominare, che ci capitava tra le mani.
Stupore ed emozione esistono ancora. Qualche giorno fa ho preso con me due cd da portare in automobile, pescando tra le cose appena entrate in casa mia, due lavori che dovevo ancora ascoltare per la prima volta; anche questo è strano: mi ricordo quando acquistavo un bootleg del Soul Cages Tour e non avevo l'autoradio, per cui arrivavo di corsa a casa con l'acquolina in bocca desideroso sentire come suonava, su quel reperto, l'ennesima versione acustica di All This Time o di Message In A Bottle. Dicevo: due cd, e a viaggio appena iniziato decido che non voglio ascoltare jazz, rimandando ad un altro momento l'ascolto di The Third Man, di Enrico Rava e Stefano Bollani.
Metto Camp Meeting di Bruce Hornsby. Jazz. Ecco. E non volevo ascoltare jazz. Sgrunt.
Ma non ho cambiato cd, sopportando un genere che non volevo ascoltare per ben... 60 secondi. La sopportazione è diventata da subito interesse, e poi progressivamente curiosità, apprezzamento, e... stupore ed emozione.
Conoscevo già Bruce Hornsby, mi piace, ha un tocco pianistico pesantuccio e per questo lo reputavo un ascolto più facile rispetto ai sofisticati che interpretano delicatissimevolissimevolmente.
Camp Meeting è un incantevole gocciolio ghiacciato sulla dentiera del pianoforte, note a grappoli incasinate veloci finto-insicure, Hornsby in gran forma e ispirato dalla temporanea rinuncia al pop in un'incursione che sa di sfida e blasfemia. Benedetta sia tale incursione, concelebrata dai padrini Jack De Johnette, stella di prima grandezza della batteria, fratello di osmosi di Keith Jarrett (trigemino, con Gary Peacock), e Christian McBride, talento ascoltato nel fatale live dell'11 settembre. Hornsby è molto presente anche quando è lieve, i tasti li suona sempre, non li sfiora mai, e ha contagiato i due compagni di musica con il suo rinfrescante pop groove.
Poco a che vedere con l'heavy piano di Halcyon Days, che ha dato spazio anche a Sting ed Elton John, o con le tessiture facili di Scenes from the Southside, che per me culminano sulla Jacob's Ladder (ripresa da Huey Lewis che di Hornsby ha avviato e incoraggiato la carriera), passando per Look Out Any Window e fermandosi a lungo, piacevolmente, nella canzone che sembra rappresentare la bellissima foto sul retro del vinile, The Road Not Taken. Se all'epoca gli spunti jazz erano molto lontani, più avanti in Harbor Lights si sono fatti più chiari grazie alla collaborazione con Pat Metheny e Brandford Marsalis. Quattro brani per farvi capire il disco: l'eponimo, The Talk of The Town, Fields of Gray, Pastures of Plenty. Non c'è bisogno di saccheggiare nulla, ascoltateli sul suo sito.
Altre due piccole scoperte felici: Camp Meeting è puntinato di loop, che non restringono affatto l'ampiezza e il respiro degli strumenti acustici; infine l'album è composto prevalentemente da riletture di brani jazz di mostri sacri del passato, uno su tutti Ornette Coleman. Ad ascoltarli così si fa fatica a chiamarli standards.
C'è stato un curioso periodo, all'inizio degli anni '90, in cui il vinile veniva snobbato più del solito (e più del dovuto) a motivo della superiorità del CD in molti aspetti. I negozi svendevano letteralmente gli LP, spesso obliterando la copertina per svalutare il peso collezionistico, senza comunque toccare il contenuto. Da un noto negozio di dischi di Parma avevo comprato per corrispondenza un pacco sorpresa, 25 album a caso per la cifra di 10.000 lire (per i più piccini: 5,16 euro), più le poche spese di spedizione. Per dare l'idea: un LP di nuova uscita costava 18-20.000 lire. Uno dei 25 LP era Scenes from the Southside. La mia conoscenza di Bruce Hornsby, e l'apprezzamento per la sua musica, sono iniziati lì.
La maggior parte degli altri LP sono stati rivenduti di lì a poco.


