Lo Sceicco e la luna
Questo articolo non parla di un artista ma di un album solamente, Phantom Moon. Del songwriter Duncan Sheik so veramente poco, e non avrebbe molto senso che raccogliessi io da Google o da Wikipedia le informazioni mancanti.
All'epoca di Phantom Moon, che ho scoperto comunque tardi rispetto alla sua data di rilascio, l'artista si presentava più o meno come nella prima foto di questo post, mentre la seconda foto lo ritrae com'è adesso. Come in quasi tutti i miei articoli, cliccate sulle foto per raggiungerne la rispettiva fonte.
Mi trovavo a spasso in quel di Carpi nell'epoca in cui ascoltavo poche cose e sempre quelle. Era l'anno in cui qui da noi hanno avuto uno spropositato successo gli stereogrammi, e nella cittadina modenese ne era presente addirittura una mostra (quel giorno chiusa al pubblico) composta da poster che oggi risulterebbero molto meno degni di nota.
Dopo essermi soffermato più di un istante davanti alla vetrina, a cercare di impallarmi gli occhi per ultravedere le immagini 3D, sono capitato (per caso?) nel negozio di musica - questo invece aperto - poco distante la piazza centrale, e come mio solito ho speso un po' di tempo a spulciare tra LP e CD vecchi e nuovi, mentre il negoziante stava ascoltando ad alto volume un pezzo che mi ha catturato immediatamente. Si trattava della parte centrale di Mouth on Fire.
Il brano è esattamente nel genere che più mi piace, cazzuto ma acustico. Orchestrale. Ritmato. Non ho comprato il cd, ero un po' a corto e non ero uscito per comprare musica.
Duncan Sheik, Duncan Sheik... questo singolare nome mi è rimasto nelle orecchie in maniera indefinita, e nel frattempo mi ero scordato il titolo del brano. Mesi dopo a non so più quale fiera del disco usato in cui, perso il mordente e il significato dei primi anni, non si trovano più cose interessanti, non si trovano più bootleg e rarità, a dispetto del nome spesso non si trovano nemmeno più dischi usati, ma ti propinano solo pezzi da vetrina e avanzi di magazzino falsamente convenienti, insomma là, in una scatola, ho spulciato e recuperato Duncan Sheik. 20.000 lire ben spesi per un CD dalla copertina fintamente spoglia e realmente evocativa: lampadine nude accese appese ad un filo estivo.
L'album nella sua interezza è raccolto e meditativo, sono pochi gli sprazzi colorati come Mouth on Fire. Anche per questo la sorpresa è stata piacevole. Ho ascoltato Phantom Moon a lungo, ogni tanto lo riprendo in mano per ascoltare il brano che me l'ha fatto conoscere, o Longing Town, o Mr. Chess, o The Winds that Blow, a testimonianza di come la mia preferenza vada nettamente per la prima parte dell'opera.
Come al solito sono ben accette note e integrazioni per chi, ad esempio, di Duncan Sheik voglia dire altre cose.

