Sull'argine di Po
Ci sono luoghi per presbiti stressati, che si notano solo se si rallenta il passo, scendendo dall'automobile, e si spinge la vista a dirigersi non solo dove si vuole arrivare, ma anche dove si è adesso.

Cammino da cinque minuti, risalgo verso l'argine, alla fornace vecchia. Calpesto polvere e sassi con scarpe inizialmente nere. Comincio a sentire da destra il calore dell'alba in una mattina di luglio più fresca di quanto dovrebbe, e da sinistra l'umido della golena. Non conosco le curve di questo luogo pur essendoci nato, ma non mi spaventano, per adesso.
Cammino da venti minuti, ho lasciato da poco una placida distesa di granturco rinchiusa tra i pioppeti. Due piante in lontananza irrompono verso l'alto, contro la regolarità degli alberi da legname. Si susseguono i loghini di terra mantovana, le coltivazioni, le brezze, e si incontra già qualche contadino sul trattore.
Cammino da trenta minuti, un segnale in tasca mi ricorda che sono a metà del tempo, e faccio dietro-front. Si riscalda il lato freddo, si raffredda il lato caldo, come su un piano verticale di cottura. Anche il paesaggio è diverso, la via del ritorno non è mai l'esatto contrario di se stessa all'andata.
La musica alta nelle orecchie intanto prosegue. Mi sono dato di ascoltare cose nuove, e ci riesco per un po', ma tutto quanto di conosciuto e apprezzato dà una sicurezza in più. Un po' e un po', anche la prossima volta. Oppure in un impeto di forza lascerò a casa il lettore mp3.
Quando cammino guardo la strada, a volte anche piuttosto vicino a me, e sento il mio avanzare fisico. Sto andando avanti.
Allora alzo un po' lo sguardo e cerco un punto in cui l'orizzonte abbia pochi ostacoli. Non è difficile se lo si fa dalle altezze dei limiti golenali. Guardo in fondo, con l'impressione fondata che il mio fisico sia sempre più lontano dall'obiettivo... ma guardo avanti, e sento appena il mio incedere interiore.
Cammino da un'ora, sto per ridiscendere nelle vie del paese. Un'occhiata in alto mi cattura. Oggi alzo lo sguardo ancora di più, e vedo che il cielo è fermo. Io cammino, e il cielo non segue il sussulto dei miei passi. Anzi, ha movimenti suoi, è al di fuori del mio sistema. La strada è parte del mio sistema, l'orizzonte seppur infinitamente lontano è ancora attaccato al mio stare ed andare. Il cielo no, nuvole uccelli folate sono un'altra dimensione, che non sento di conoscere - ma forse ugualmente vi appartengo.
Un'occhiata in alto mi cattura, e la tengo appena sopra l'orizzonte, per un minuto, giusto quell'altezza che mi permette di puntare fisso nel cielo fermo e di concedere, al mio passo impolverato, la dovuta sensazione di non essere ugualmente immobile.
Cammino e vado avanti, in un sistema dove sembro fermo, ma io so che fermo non sono, nonostante un cielo più infinito di me.
Ora, al lavoro.


